Giorni speciali: 10 Giugno – Vittorio Pozzo, filosofo della benevolenza.

Combi (c)

Monzeglio

Allemandi

Ferraris

Monti

Bertolini

Guaita

Meazza

Ferrari

Orsi

Schiavio

Allenatore Vittorio Pozzo

Alcuni ricorderanno questa formazione, il famoso 2-3-5 dell’epoca, anche se purtroppo la gloria di questi uomini è ignorata a causa di retaggi di campanilismo politico che poco hanno a che fare con lo sport e con la storia personale di ciascuno.

Era il Campionato Mondiale del 1934, quello in cui i direttori di gara arbitravano indossando la giacca e la Nazionale non era la squadra favorita per la vittoria. Come sempre mi verrebbe da dire.

C’erano squadre più attrezzate che sognavano di alzare la coppa al cielo: la Cecoslovacchia, l’Austria (che rappresentavano il calcio danubiano pre-metodista con la manovra in linea, una fitta ragnatela di corti passaggi ubriacanti), la Germania (che sperimentava un calcio organizzato e fisico).

Infine c’era l’Italia, l’ultima rimasta  nelle fasi finali a rappresentare l’archetipo del calcio latino fatto di magie e “garra” in mezzo al campo.

Era il 10 giugno del 1934.

Stava per iniziare la finale di Coppa del Mondo.

Italia contro Cecoslovacchia, a Roma nell’attuale Stadio Flaminio, davanti ad oltre 55.000 spettatori.

Sia l’ambiente afoso della Capitale che l’emozione della partita rendevano l’aria asfittica.

Non era una semplice finale… Era considerata da tutti una occasione per affermare la propria superiorità patriottica, di regime sugli altri paesi.

Questo valeva per tutti, ma non per i calciatori, che vedevano in quella finale il culmine dei loro sforzi sportivi per entrare nella Storia da degni Vincitori.

Tornando alla partita, sarebbe fuori luogo che facessi la cronistoria della gara. Preferisco riportare le parole di chi ha vissuto veramente quei momenti.

È la cronaca di Vittorio Pozzo, un narratore di razza.

«La levatura del giuoco non è troppo elevata. Le due squadre sono troppo emozionate, per giuocare bene. E’ la storia di sempre. L’importanza della posta taglia le gambe a tutti. Primo tempo in bianco assoluto. Secondo tempo, stessa falsariga. Finché, al 26. minuto, l’ala sinistra dei boemi, Puc, sguscia via, tira da lontano ed infila l’angolo basso della nostra rete, sulla destra di Combi. Il quale si è gettato in tuffo in ritardo e non è riuscito a parare. È emozionato anche lui, il buon Piero. Quel punto ha però la virtù di risvegliarci. Fa l’effetto di una staffilata sul morale dei nostri. Gli Azzurri non vogliono saperne di perdere. Ed al 36′ minuto Orsi pareggia. Si è fatto luce sulla sinistra, con una muta di inseguitori appresso, finge di tirare di sinistro e di colpo spara invece di destro, verso l’angolo lontano alto. L’imbattibile Planicka si allunga in tutta la sua lunghezza sulla sua sinistra, sfiora la palla colla punta delle dita, ma non la ferma. Uno a uno. E il pareggio. Non perdiamo, e non perderemo più. Ne sono sicuro. Prima dei tempi supplementari non rientriamo negli spogliatoi. Rimaniamo lì sul prato. I nostri hanno facce cadaveriche, per l’emozione, per il momento che hanno attraversato. Proprio come in quei momenti di attesa e di mezzo panico prima dell‘incontro. Forza, ragazzi. Vincere bisogna. Forza e calma, veterani di tante battaglie. Ricomincia la danza, per i due tempi di quindici minuti l’uno. Intuisco una soluzione all’intricato problema: ordino a Guaita ed a Schiavio di scambiarsi il posto. C’è un fracasso tale attorno al campo – la gente è scesa fino ad un paio di metri dalle linee laterali – che nessuno mi sente. Faccio di corsa il giro del campo, e giungo a dare a Guaita le opportune disposizioni: cambiarsi, poi ricambiarsi ancora di posto, e così ogni due o tre minuti, per disorientare gli avversari. Al secondo tentativo la manovra riesce appieno. E Schiavio che, sfinito, arriva in corsa, e fa partire una rabbiosa cannonata, in senso diagonale. È Planicka che per la seconda volta deve abbassarsi e raccogliere la palla nella sua rete. Di lì, come risultato, non ci si muove più: si può esserne sicuri ora. Vittoria per due a uno»

Il gol di Schiavio segna la fine delle ostilità.

Il giocatore bolognese è talmente affaticato dopo la marcatura che sviene cadendo in terra per il caldo e per l’emozione.

Sono lo stesso Pozzo e Meazza che lo rianimano a suon di sberle come a dire… Sveglia, non è un sogno! È la realtà…

Sono tanti gli aneddoti in questa storia straordinaria, ma la benevolenza di Vittorio Pozzo rappresenta, a mio parere, la stella polare dell’impresa, quel collante che è riuscito a far amalgamare ragazzi da tutte le parti di Italia e del mondo. Non dimentichiamo, infatti, che molti giocatori sono i cd. oriundi.

A quasi due lustri dal successo la sua filosofia della benevolenza rappresenta una svolta in momenti di crisi o di forte pressione, un vero e proprio faro per il successo anche per i nostri tempi.

«Date a uomini di carattere, che hanno fatto un passo falso, l’occasione di ritornare su se stessi, di affrontare un’altra volta la stessa prova e gli stessi avversari: e vedrete cosa nascerà. Questo era il principio da cui partivo. A quella spinta dell’amor proprio e dell’orgoglio, la squadra rispose appieno» (Vittorio Pozzo Ct. Italia).

Giorni speciali…oggi come allora chissà se il 10 giugno vedrà grazie alla benevolenza un successo storico di uomini di carattere, frutto di sacrifici e di una seconda opportunità.

 

 

Coppa_Rimet_1934_-_Italia_-_Vittorio_Pozzo

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