Giorni Speciali: 29 Luglio – Come si diventa una Madre della Patria? Tina Anselmi.

Come si diventa una madre della Patria?

Semplice… sarà sufficiente all’età di 17 anni rischiare la vita tutti i giorni, agire nell’anonimato, cambiare nome, percorrere in bicicletta anche 130 km al giorno, avere autorevolezza e gestire pacificamente ed in modo organizzato la cacciata dei tedeschi dal nord italia, il tutto senza trascurare la scuola e facendo un solo pasto al giorno.

Essere adolescente ed essere una donna durante la seconda guerra mondiale non deve essere stato semplice. Eppure ciò non ha fermato l’ardore di Tina Anselmi.

Bisogna avere una grande forza d’animo quando la tua famiglia è osteggiata e attaccata delle istituzioni perché durante il Fascismo tuo padre si è dichiarato apertamente contro il regime con in tasca la tessera firmata dall’On. Matteotti.

La disparità e l’ingiustizia sono state le basi su cui la giovane Tina Anselmi costruì il proprio impegno e ardore partigiano.

La decisione di votarsi alla resistenza emerse quando i tedeschi, che avevano rastrellato nelle vicinanza del Monte Grappa molte decine di uomini, obbligarono i ragazzi del paese a vedere l’esecuzione di quegli ostaggi innocenti.

Forse è stato proprio l’esempio paterno e l’incoscienza dell’adolescenza che hanno portato la nostra eroina a non abbassare mai la testa e a fare azioni totalmente scellerate da essere considerate folli:

“A Treviso mi fu consegnata una valigetta con dentro una radio trasmittente. Quella radio trasmittente doveva andare al comandante regionale allora nascosto in una filanda a Galliera. Mi dissero:– Non fare la strada Treviso-Castelfranco dove ci sono i blocchi. Fai le strade di campagna.

Però io avevo la preoccupazione di non perdere la scuola. E allora con l’incoscienza dei 17 anni, adesso morirei di paura, andai fuori porta Santi Quaranta e al primo camion di tedeschi di passaggio chiesi l’autostop, dicendo che avevo una valigia di libri molto pe- sante e che dovevo andare a scuola. I tedeschi molto volentieri caricano la bicicletta, la radio che era dentro la valigia e me stessa. Arrivati a Cittadella, quel partigiano che mi doveva aspettare, vedendomi nel camion con i tedeschi, mi pensò arrestata e si diede alla fuga ed io rimasi con la mia valigia senza sapere dove portarla”.

Una ragazza autoritaria che era fra le poche persone in grado di negoziare con i Tedeschi una tregua pacifica per la ritirate oltre il confine.

Erano periodi bui. Il rispetto per la vita sembrava essere svanito nelle pieghe di una nefasta guerra di occupazione. Durante la ritirata tedesca a causa del ritardato arrivo degli alleati si sono verificati degli eventi efferati da parte dei nazisti che con gli ultimi rastrellamenti che ucciso centinaia di persone innocenti.

A causa di questo immotivato ritardo Tina Anselmi montò sulla bicicletta e raggiunse l’esercito degli alleati, che guidò da sopra un carro armato in prima fila per la strada più breve fino alla meta.

Il periodo della guerra fu solo la prima manifestazione della abilità di Tina Anselmi: una chiara attitudine al comando ed al potere.

La sua vita vide enormi successi anche nel dopoguerra in battaglie sindacali a tutela dei più deboli e soprattutto in aiuto di una nuova classe operaia nata nel dopoguerra: le donne lavoratrici.

“Quando sono entrata nel sindacato subito dopo la guerra, le filandine stavano malissimo. Io dicevo loro che avrebbero vissuto meglio e che io e il mio sindacato avremmo lottato perché ciò accadesse, perché si creassero migliori condizioni di lavoro e aumentasse il salario e si desse loro l’opportunità di una vita più dignitosa. Non dicevamo certo bugie anche se ovviamente non avevamo la certezza di poter realizzare le loro speranze, che erano i nostri obiettivi”.

Come per l’adesione alla Resistenza, la decisione di Tina Anselmi d’impegnarsi nel sindacato delle filandine fu prima morale che politica, più istintiva che razionale, com’è comprensibile del resto in una ragazza di diciott’anni.

Ciò che stupisce di più è la perseveranza e la forza irrefrenabile di questa donna per la giustizia e l’equità.

Una pioniera dei diritti civili e della parità di genere tanto che per merito e per successi personali è diventata il primo ministro donna del Paese.

Era il 29 luglio del 1976. Sin dagli albori della propria carriera politica ha sempre creduto a ragione, che “la qualità della politica sarebbe migliore se ci fossero più donne accanto agli uomini a gestire i problemi del paese”.

Giorni speciali…oggi come allora chissà se il 29 luglio ci donerà una Madre della Patria.

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